Il Cavallo nell'arte
rubrica mensile ideata e curata
da

Bruna Condoleo

I cavalli futuristi di Boccioni
“Le nostre sensazioni pittoriche non possono essere mormorate. Noi le facciamo cantare e urlare nelle nostre tele che squillano fanfare assordanti e trionfali”: così recita un significativo brano del Manifesto dei Pittori Futuristi del 1910, ad evidenziare l’energia incontenibile della nuova pittura, assimilabile ad una musica potente e roboante, di tipo wagneriano. Dei tanti artisti che aderirono alla I° Avanguardia italiana del ‘900, Umberto Boccioni, a mio avviso, esprime l’animo più genuino oltre che complesso, sinceramente affascinato da quel progresso che il Futurismo interpreta come strumento di rigenerazione sociale e di rinnovamento culturale della società. Benché egli sia stato uno scultore geniale, qui ci occupiamo della pittura, anche perché ricca di uno dei temi da lui preferiti: il cavallo, tema antichissimo, che all’inizio dell’attività l’Artista lega, secondo l’immaginario collettivo, al simbolo della morte, così come fin dal ‘400 lo ritroviamo nelle incisioni di Albrecht Durer.
Ma ben presto il cavallo si trasforma per Boccioni nel simbolo stesso del dinamismo e della velocità, cui il Movimento futurista inneggia. Le sue opere presentano, infatti, immagini di cavalli al galoppo o visioni simultanee in cui all’immagine del cavallo viene strettamente abbinato un altro elemento, legato alla trasformazione della società: “cavallo+caseggiato” e “cavallo+caseggiato+case”. Anche gli inusuali titoli mostrano una modernissima visione della realtà, in cui forme diverse e spazialità vivono in una compenetrazione ed un’interscambiabilità di linee e di forze. Nel capolavoro “Città che sale”, quadro più volte dipinto e rimaneggiato, i cavalli, ripetuti tra edifici in costruzione e figure umane, quasi “volanti”, più che mai divengono il simbolo del progresso frenetico ed inarrestabile che la civiltà del XX secolo promette all’umanità. I cavalli inarcano le teste, le criniere si spandono al vento e sembrano travolgere nel ritmo tumultuoso della corsa se stessi e gli esseri umani, nella vitalità incontenibile che sprigiona dalle loro forme tese, mentre la pennellata larga, fatta di tocchi rapidi e frammentari, fa esplodere i toni caldi delle tinte. Rispetto agli altri artisti futuristi, come ad esempio l’amico Carlo Carrà, Boccioni non utilizza la “macchina”, icona del tempo, ma privilegia nella scelta dei temi pittorici o scultorei gli esseri viventi, di cui esalta l’intima bellezza nel movimento. “Sulla guancia della persona con cui parliamo nella via, vediamo il cavallo che passa lontano. .”.
E’ straordinaria la capacità che ha l’artista calabrese di far muovere dinamicamente le figure all’interno del quadro, riuscendo a farci percepire la loro fuoriuscita dalla tela: in “Città che sale” le immagini dei cavalli non hanno, infatti, posizioni definite, ma fluttuano dall’interno verso lo spettatore coinvolgendolo in una realtà in cui spazio e tempo si fondono, mentre il colore acceso comunica con la sua forza espressiva energie positive. E’ il concetto bergsoniano di tempo come “durata”, che Boccioni traduce in suggestiva immagine pittorica: non esiste, infatti, per il filosofo Henry Bergson, un tempo legato allo spazio e diviso razionalmente, bensì un flusso continuo di coscienza in cui passato e presente interferiscono e mutano costantemente il loro rapporto nella continuità della memoria. Per Boccioni il movimento è simultaneo ed è sintesi di quello che si ricorda e di quello che si vede: i cavalli sono resi dall’artista con dionisiaco furore, quello stesso di cui parla Nietzsche e che rispecchia più efficacemente di ogni altra forma l’eterno divenire dell’esistere. Colui che guarda una tela bocconiana è catapultato al centro della scena ritratta, in mezzo ad uno spazio turbinoso, di cui si può annotare simultaneamente ogni oggetto, ogni angolo prospettico, ogni stato d’animo. “Il tempo e lo spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creato l’eterna velocità onnipresente”: questo principio, enunciato nel Manifesto del Futurismo, firmato da Filippo Tommaso Martinetti, può ben riassumersi nelle dinamiche figure dei cavalli di Boccioni, immagini-simbolo del coraggio, dell’audacia e di ogni ribellione.
Viaggiatore instancabile, malgrado la sua breve vita, visitò la Russia e fu a Parigi, dove ebbe modo di venire a contatto con il Cubismo e con le diverse tendenze del neo-impressionismo, che rielaborò originalmente nella sua produzione figurativa. Nell’ambito del Movimento futurista operò instancabilmente per sette anni, creando dipinti e sculture, come il capolavoro bronzeo del 1913 “Forme uniche di continuità nello spazio”. Arruolatosi volontario allo scoppio della I guerra mondiale, lui che, come tutti i giovani futuristi, aveva inneggiato alla guerra, non avrà il privilegio di morire in battaglia, ma durante un’esercitazione alla periferia di Verona, a 34 anni e per una banale caduta da cavallo, quel cavallo tanto amato e così vigorosamente ritratto nella sua prestigiosa carriera pittorica.




clicca sull'immagine per vedere la foto