Non ci resta che ricominciare ...

di Vittorio Rossi


Orfani di un'ippica che sognavamo concreta e radicata nella tradizione sportiva di un Popolo che, quanto a tradizioni sportive, non è certamente tra i primi, ci interroghiamo su quale futuro ci aspetta. Scopriamo, ascoltando in giro le opinioni accreditate, che l’ippica desidera essere assistita, l’ippica desidera che qualcuno risolva i problemi che la opprimono: sotto, sotto c’è un inconfessato desiderio di “statalizzazione”: ci pensi il Governo! Intanto nessuno si decide a fare un passo indietro per valutare il passato, gettare uno sguardo obbiettivo e riconoscere, con coraggiosa onestà, quel che ci opprime. Nessuno si interroga sul perché l’ippica è stata consegnata, ormai sono passati parecchi anni, alle bramosie dei gestori delle scommesse esterne che hanno dato a tutti (in primis alle autoreferenziali categorie produttive, agli ippodromi, agli agenti, all’Unire, al Governo) l’illusione della formula magica e che invece hanno dimostrato come la centralità delle agenzie di scommesse sia stata un azzardo terribile anche e soprattutto per gli agenti stessi. Ancora ieri il Ministro delle Politiche agricole, inaugurando la Fiera cavalli di Verona, si preoccupava di rassicurare tutti sul fatto che le risorse provenienti dalle Agenzie avrebbero trovato adeguata difesa anche dall’improvvido contratto dei minimi garantiti. Tuttavia, nel nostro sistema, inutile negarlo, la raccolta delle scommesse ippiche determina il primato gestionale del settore: chi raccoglie più scommesse e quindi più risorse, comanda o comunque detta le regole. Parrebbe una formula “liberal” invece è solo una forzatura che costa moltissimo al mondo dei cavalli e che se portata alle conseguenze estreme potrebbe essere fatale all’intero comparto delle corse e dei cavalli.
Il sistema della raccolta delle scommesse è, infatti, pienamente e saldamente in mano alle agenzie che hanno, forse nell’ansia di coprire ogni spazio strategico, azzardato nel momento in cui hanno indicato proiezioni ed indici di crescita del tutto errati, in eccesso. Non si spiega altrimenti quel che è accaduto nelle gare per l’aggiudicazione delle nuove agenzie. Le somme che furono garantite dai vincitori presupponevano valutazioni sulla crescita del movimento delle scommesse del tutto enfatiche. Poiché sappiamo bene chi si è aggiudicato le gare possiamo chiederci cosa abbia spinto gli agenti a quelle manifestazioni di ottimismo ingiustificato che a noi non è dato di conoscere. Quel che ne risulta, tuttavia, è un'ippica intera prigioniera di questi errori ed oggi anche prigioniera dell’irresolutezza del Ministero delle Finanze che non vuole o non può, tagliare il nodo gordiano dei minimi garantiti. Dall’altra parte gli Agenti, consapevoli di essere i padroni delle risorse necessarie per l’ippica, fanno comprendere come una soluzione contraria ai loro interessi potrebbe provocare il collasso dell’intero sistema.
Il sistema su cui si basa oggi l’ippica delle corse, tuttavia, potrebbe facilmente crollare; infatti, se venisse condonato l’intero debito accumulato dalle agenzie ippiche nei confronti dell’Erario (e quindi anche dell’ippica), sarebbe necessario, per pareggiare i conti, un intervento dello Stato che forse non è nelle intenzioni di questo Governo e che, se anche dovesse intervenire, non è pensabile possa perpetuarsi nel tempo. L’ippica, dunque, non dovrebbe far troppo conto sulle possibili soluzioni “a saldo e stralcio” che servono all’emergenza ma non risolvono il problema di fondo: piuttosto dovrebbe decidere se l’errore che ha determinato una forzosa centralità ed il potere delle agenzie di raccolta delle scommesse, non possa essere corretto, in qualche modo, dalla volontà comune di riportare il pubblico negli ippodromi perché è solo in questo modo che si ritrova l’equilibrio per affrontare il futuro. Per quanto possano suscitare odi velleitari o manifestazioni isteriche di contrarietà, la politica del futuro dell’ippica sportiva passa attraverso lo spettacolo ippico che si produce negli ippodromi. E’ un’illusione pericolosa pensare ad un'ippica virtuale che releghi gli ippodromi al rango di set cinematografici che producono per un circuito esterno che gioca sulle corse dei cavalli come fossero numeri della roulette. Questo è un atto di autolesionismo imperdonabile: le corse virtuali, che servono unicamente al gioco esterno, potrebbero essere prodotte in un unico “teatro” e con una continuità degna di una catena di montaggio e, forse, non darebbero risultati molto diversi da quelli attuali in termini economici: un siffatto sistema tuttavia sarebbe esposto ai capricci di un mercato della scommessa che, come abbiamo notato recentemente, prende subitanee sbandate per giochi nuovi (grattaevinci, superlotto, macchinette mangiasoldi eccetera,eccetera) ma repentinamente li abbandona, li consuma in pochissimo tempo, perché questi giochi non hanno radici culturali. L’ippica, al contrario, che ha radici culturali, ha una storia antica e produce spettacolo; deve convincersi tuttavia, che il luogo deputato a tutto ciò resta l’ippodromo e ciò non deve dispiacere ad alcuno. Guardiamo all’ippica che conta in Europa, che è quella inglese: vedremo che, pur essendo le agenzie ippiche libere di aprire sportelli per scommesse in ogni dove, gli ippodromi restano centrali e fondamentali rispetto allo spettacolo ippico ed anche alle scommesse.
E’ evidente che nessuno crede o pensa di trovare un formula esterna e di poterla, con una semplice operazione di trasferimento, risolvere il problema dell’ippica italiana: è evidente, in ogni caso, che l’ippica consegnata ai gestori esterni delle scommesse non ha funzionato perché, in verità si tratta di un monopolio che non garantisce la vocazione sportiva ed ippica necessaria. In sostanza le agenzie per le scommesse ippiche sono spesso anche delegate alla raccolta di altre scommesse e danno frequentemente esoso ricetto alle macchinette mangiasoldi, a quel settemezzo automatico che non si comprende quale vantaggio porti all’Erario, mentre si conoscono benissimo i trucchi che lo trasformano in un piccolo, incontrollato ed incontrollabile, gioco d’azzardo. Le agenzie hanno dei grandi meriti “contributivi” e chi li nega o è cieco o mente per interesse. Le agenzie tuttavia non possono dettare, come hanno dettato negli ultimi anni, la politica ippica. I calendari, gli orari, l’attività degli ippodromi sono cadenzati alle esigenze delle agenzie che pongono veti e danno suggerimenti che nessuno osa discutere. La politica dell’ippica la debbono fare il libero mercato, gli allevatori, i proprietari e coloro che investono nell’ippica capitali di rischio e tra questi, con buona pace di tutti gli ippici che la pensano diversamente, anche gli ippodromi. La conduzione tecnica dell’ippica spetta all’UNIRE, fin che c’è, ed ammesso e non concesso, parafrasando Federico Tesio, che sia un male necessario. Le Agenzie ippiche debbono avere la funzione, remunerata, di raccolta esterna delle scommesse ma non possono dettare la Legge che governa il mondo dei cavalli. Questo mondo è altra cosa rispetto al chiuso ambiente di un'agenzia di scommesse: è necessario rivendicare tutti insieme la necessaria e naturale cornice di un avvenimento sportivo che è il pubblico, un pubblico che scommette anche, ma un pubblico che vive, senza “mediazioni”, la vitalità che promana dalla corsa e dai protagonisti che sono i cavalli e gli uomini. Non si esce da questo tunnel, da questa crisi, senza riportare il pubblico negli ippodromi e non serve vestirsi a lutto perché Varenne smette di correre o perché gli stranieri ce le suonano sui campi del galoppo nazionale. La strada dell’ippica non è quella che gremisce gli ippodromi solo con la passerella dei grandi campioni: è quella piuttosto che consente di ripopolare gli ippodromi con una programmazione meno pletorica e scriteriata, con corse in orari appetibili per il pubblico, con intervalli meno stancanti tra una corsa ed un'altra ed attuando una politica di apertura alla passione vera per i cavalli e se necessario riprendere il pubblico per mano e rieducandolo a scegliere il cavallo per la scommessa fidandosi di quel che vede e di quel che riesce ad annusare nell’aria rivendicando la superiorità di una scommessa tecnica rispetto ad una pallina che frulla su di una roulette o ad un dado che mostra, secondo sorte, una faccia diversa.
Ogni altra strada ci metterà in crisi e se anche dovessimo superare quella attuale ne dovremmo, ben presto, affrontare una seconda ed ancora una terza, fino a consumarci del tutto. Riflettiamo piuttosto sul fatto che questo nostro sistema non può fare a meno di un pubblico sportivamente educato all’ippica delle corse. L’ippica non ha un solo motore, la vita di questo complesso organismo deve, necessariamente, avvalersi di tutte le componenti che lo animano. Quando parliamo di centralità degli ippodromi pronunciamo non un anatema contro le altre necessarie e complementari componenti ma indichiamo fisicamente il luogo ove l’ippica sublima la propria essenza. In questo luogo si debbono necessariamente incontrare e fisicamente già si incontrano, tutte le componenti dell’ippica con l’unico intento di progettare un futuro che mantenga viva e vitale la comune passione.