UOMINI E ANIMALI:
i benefici per la salute

di Maria Pia Onofri



Gli animali fanno bene alla salute dell’uomo.Questo concetto è noto empiricamente da secoli. Il simbolo della medicina esposto in tutte le farmacie è il serpente del dio gr eco Esculapio. Nell’iconografia cristiana è un cane che guarisce le piaghe di S. Rocco, leccandole. Alla fine dell’ottocento il medico svedese Axel Munte nel suo romanzo “La storia di San Michele “ racconta di aver guarito una vecchia baronessa sorda e ipocondriaca con il dono di un cucciolo di cane. Grazie all’animale la donna riceve e dona affetto, ritrova il piacere di accudire qualcuno, con enorme vantaggio per la sua salute e la qualità della sua vita.
Solo dal 1961 gli effetti benefici della compagnia degli animali non costituiscono più solo materiale di aneddotica, ma sono argomento di seri studi su quella che attualmente si chiama Pet Therapy o meglio ancora AAT(Animal Assisted Therapy).
E’ infatti in quell’anno che il neuropsichiatria infantile Boris Levinson pubblica il libro “ Il cane come co-terapeuta “sui risultati da lui ottenuti nella terapia di bambini autistici, grazie all’introduzione di un cane come strumento terapeutico.
Nel 1977 Erika Friedmann conduce una ricerca sulla sopravvivenza di soggetti colpiti da infarto e scopre che i possessori di cani dimostrano una capacità di sopravvivenza maggiore rispetto ai non possessori .Ricerche successive, condotte fino al 1984, dimostrano che la presenza dell’animale accanto al malato aumenta la sopravvivenza indipendentemente dalla gravità dell’attacco subito e indipendentemente dalla caratteristiche di personalità del soggetto.
Nel 1983 numerosi lavori ( Katcher e Beck, Friedmann ) dimostrano che la sola presenza di un animale da compagnia nella stanza con il soggetto esaminato induce un effetto calmante e una diminuzione dei valori pressori.
Katcher scopre che, oltre alla diminuzione della pressione arteriosa, il soggetto presenta una maggiore regolarità del ritmo cardiaco, un rallentamento del respiro, un tono vocale più pacato e un rilassamento della tensione muscolare, soprattutto evidente nella muscolatura del viso. Questo effetto benefico permane anche dopo che l’animale si è allontanato dalla stanza.
Nel 1992 Anderson e collaboratori esaminano le relazioni tra il possedere un animale da compagnia e i fattori di rischio per malattie cardiovascolari esaminando 5.741 persone tra i 20 e i 60 anni. I ricercatori trovano nei possessori di animali valori di pressione sanguigna, colesterolo e trigliceridi inferiori al gruppo di controllo e scoprono che questo fenomeno è indipendente dalle variabili considerate cioè dieta, esercizio fisico, peso, condizione socioeconomica, fumo.
Questi risultati non stupiscono se ricordiamo che oltre alla corteccia cerebrale il nostro cervello possiede strutture sottostanti dette sistema sottocorticale collegate fra loro e con le altre formazioni encefaliche da una rete fittissima di collegamenti. Fra di esse particolare importanza hanno il sistema libico e l’amigdala, nonché il sistema neuroormonale (ipofisi, surrene, ghiandole sessuali ) ad esso collegato. Tali strutture sono deputate al controllo dell’emotività e dei sentimenti, presiedono alla secrezione di endorfine e alla reazione di stress. Ben sappiamo quanto lo stress sia importante nella nostra società nel procurare malessere e vere e proprie malattie. In realtà lo stress è una reazione fisiologica e benefica di attivazione di sistemi per fronteggiare un’emergenza. Se le condizioni che lo hanno determinato persistono, lo stress diviene cronico e induce danni permanenti sugli organi che ha sollecitato, ad esempio la pressione rimane più elevata della norma e nel tempo induce danni sul miocardio e sui reni e cosi via.
Il possesso di un animale da compagnia può quindi aiutare la terapia di moltissime patologie, in primo luogo le malattie cardiovascolari, che in Italia sono al primo posto tra le cause di morte, poi le malattie da stress, le malattie cosiddette psicosomatiche, il disturbo d’ansia.
Una patologia sempre più diffusa è la depressione, che interessa tutte le età dall’infanzia alla vecchiaia. Nella forma puerperale di tale malattia si è scoperto che le donne, che hanno appena partorito, hanno un basso livello ematico di endorfine, sostanze che abbiamo visto essere prodotte dal sistema sottocorticale, attivato dal contatto con gli animali: le endorfine sono chiamate oppiacei endogeni, in quanto alzano la soglia del dolore e inducono una sensazione di benessere. Tali sostanze sarebbero quindi un mezzo attraverso cui l’animale permette di aumentare la capacità dell’individuo di sentirsi bene (eucenestesi).
Fattori psicogeni entrano in gioco anche nel complesso meccanismo della difesa immunitaria. E’ noto che la stessa malattia ha decorsi diversi a seconda della situazione psichica del soggetto, del suo stato di ansia, della sua forza di carattere.
Fin dagli anni 70, da quando Robertson scrisse “Il Bambino un Ospedale” sappiamo che l’ospedalizzazione di per sè induce disturbi psicopatologici che ostacolano il processo di recupero dell’ individuo e allontanano la guarigione.
Ne consegue che la presenza di un animale, diminuendo lo stress e abbassando il livello di ansia, permette il riappropriarsi di tutte le proprie facoltà psichiche e di rinforzare le difese immunitarie, favorendo una rapida guarigione.
Per tale motivo animali, soprattutto cani, vengono condotti in visita in ospedale oppure come nel caso del Centro di Riabilitazione equestre Vittorio di Capua, collocato all’interno dell’Ospedale Niguarda di Milano, risiedono stabilmente nella struttura e possono interagire con i pazienti.
La presenza di un animale domestico accanto ai sieropositivi, cioè accanto a soggetti in cui il sistema immunitario è compromesso dall’attacco del virus HIV, viene considerata con molto favore. Queste persone vivono spesso isolate per i pregiudizi legati al timore di contagio, spesso per i loro stessi comportamenti devianti. La solitudine, il timore per il futuro non fanno che aggravare la situazione di deficit immunologico. Il doversi far carico di un animale limita i comportamenti autolesionisti, aumenta il senso di responsabilità verso gli altri ma anche verso se stessi, facilita le uscite e la socializzazione e migliora globalmente il sistema difensivo dell’individuo.
Come si vede le indicazioni all’uso terapeutico di animali sono moltissime, non perchè il trattamento sia una panacea cioè qualcosa che, se è buono per tutto, non è buono per niente, ma perché ci sono i presupposti clinici e scientifici.
Naturalmente la terapia andrà condotta con serietà e metodologia: l’indicazione al trattamento, la scelta del paziente e della patologia, la selezione dell’animale adatto andrà fatta da un’equipe multidisciplinare (medico, veterinario, terapista), che dovrà elaborare un progetto terapeutico, mirato al singolo caso e verificarne i risultati.
La terapia con animali, inoltre, non soppianta le cure tradizionali, ma può efficacemente completarle.

Dott.Maria Pia Onofri
Pediatra, Neuropsichiatria infantile
Consulente Neuropsichiatra del Centro di Riabilitazione Equestre Vittorio di Capua,
Ospedale Niguarda Cà Granda - Milano