UN PO' DI STORIA: L'IPPICA BOLOGNESE
di Ermanno Mori
Se dalla documentazione esistente gli appassionati delle corse al trotto possono affermare che esse siano nate a Padova, nel 1808, secondo un manifesto che indica data, luogo e regole di partecipazione, gli stessi trottofili sanno che la culla del trotto, relativamente all’organizzazione dello spettacolo ippico e a tutte le norme che lo regolano, nascono a Bologna nella seconda metà dell’800. Animatore e sostenitore dell’impresa trottistica fu il bolognese capitano Giuseppe Ballarini che redasse il primo regolamento per le corse al trotto nel 1885, dopo aver fondato la Consociazione Ippica Italiana, la quale riuniva i comitati che organizzavano le gare nel centro-nord della penisola (una decina in tutto). Il capitano Ballarini nacque nel 1837, frequentò la scuola di cavalleria di Vienna e nel 1860 fu valoroso garibaldino nell’impresa dei Mille. Nel 1866 combatté contro l’Austria nella terza guerra di Indipendenza. Dal 1869 al 1900 fu Comandante dei pompieri di Bologna. Morì nel 1915. La scuola militare e la lunga appartenenza all’esercito lasciarono un’impronta autoritaria nel suo carattere, che gli procurò sovente dissapori e contrasti, ma gli giovò anche per imporsi nell’ambiente ippico, confuso e piuttosto anarchico. Il Ballarini nel 1865 fondò la Società bolognese per le corse al trotto, riordinando meticolosamente quanto si veniva facendo da tempo in quella città, diventata, grazie alla sua opera, punto di incontro di tanti interessi ippici e luogo di varie sperimentazioni. E i bolognesi, fortunatamente, risposero sempre all’attrazione delle corse al trotto, sin dalle prime gare che ebbero luogo alla Montagnola già dal 1846, affluendo numerosi ed entusiasti alle gare dei trottatori. Oltre alla fondazione della Consociazione ippica, il Ballarini istituì il primo libro del “Trottatore”, iscrivendovi i cavalli che andavano considerati tali, a seconda di precise regole che tenevano in considerazione la provenienza genealogica del cavallo e i ragguagli chilometrici nelle corse effettuate. Non esisteva ancora in Italia una razza trottatrice ed i primi elementi, per metterla in piedi, furono proprio trovati dal Ballarini sulla scorta anche di soluzioni esterne, ricavate per lo più a Vienna dove il trotto era già affermato ed aveva regole precise. Col Ballarini operarono il Senatore Breda, i professori Gregori e Tempestini di Modena, e il maggiore Nobili di Reggio Emilia. Per opera del Ballarini si ebbe anche la costruzione del primo ippodromo bolognese, nel 1888, lo “Zappoli”, dal nome dei due fratelli che cedettero il terreno per costruirlo. La Consociazione ippica fu trasformata in Unione Ippica Italiana (U.I.I.) e a fine 800, con gran dolore del Ballarini, fu trasferita a Roma, nella sede del Ministero dell’Agricoltura.
Bolognesi ed emiliani furono i celebri guidatori agli albori del trotto: Ricciardo Bonetti, Fogliati, Callegari Osvaldo e Achille, Giuseppe Branchini (capostipite dell’omonima famiglia), Debbia, Valsania e Biagino Oppi, noto anche come commerciante di cavalli che andava ad acquistare in Russia i primi trottatori Orloff cedendoli a vari proprietari italiani. Allevatori di Bologna ed anche titolari di scuderie erano i fratelli Calari, i fratelli Giorgi, i signori Berti di San Lazzaro. Un grande benemerito del trotto, il barone Roggieri aveva impiantato per amore della sua donna Egle Fanelli (la prima sport-woman d’Italia, grande esperta d’ippica) uno dei migliori allevamenti italiani nei pressi di Modena, dove ferveva un’attività ippica trottistica alla pari con quella di Bologna. Ma il binomio Modena-Bologna era inscindibile anche perché animato dal sostegno di una stampa sportiva che, collegata alle due piazze, magnificava le imprese ippiche emiliane e teneva desto l’interesse per i cavalli anche in occasione di frequenti simposi che si tenevano all’ ”Osteria del cacciatore”, proprio sotto le due torri di Bologna. I giornalisti celebri dell’epoca furono Ettore Nuzi, il Farina, più tardi la stirpe dei Martinelli ed alla fine Bruno Roghi, noto direttore del “Corriere dello Sport”. Questa tradizione giornalistica riemerge dopo la seconda guerra mondiale, quando Ugo Berti e Luigi Miari vanno a dirigere a Milano il “Trotto-Sportsman”. Anche con un’ippica italiana trasferita a Roma, i consiglieri della stessa restavano gli emiliani, con due elementi di punta inseriti come tecnici della stessa: il Giovanardi, perenne Presidente di giuria che girava con tale carica per tutti gli ippodromi allora esistenti, e con Pasqualino Valvassura, faentino, anch’esso in permanenza all’Unione ippica per il cronometraggio delle corse, nonché starter ufficiale su tutti gli ippodromi allora funzionanti. Ricordiamoci che si trattava di brevi meeting di corse che si spostavano, in tempi diversi, di piazza in piazza.
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A Bologna le corse allo “Zappoli” durarono esattamente quarant’anni, fino al 1923 quando l’ippodromo divenne area di costruzione, ormai inglobata nel centro cittadino, a due passi dall’attuale stazione ferrioviaria. Per ben quattro anni a Bologna non si effettuarono corse. I bolognesi divennero assidui alle gare di Modena, rinfocolando una passione che oramai aveva preso vigore con la creazione di tanti centri di allevamento. Si trattava di agricoltori appassionati che amavano il cavallo trottatore, usandolo anche per necessità private. E proprio negli anni Trenta, quando l’ippodromo era sperato e sognato, ma non ancora realizzato, in San Giovanni in Persiceto prese avvio l’impianto allevatorio del conte Paolo Orsi Mangelli, destinato a divenire in breve tempo il più importante d’Europa. Finalmente nel 1932, grazie al gerarca fascista onorevole Arpinati, si poté costruire l’ippodromo “Arcoveggio”, tutt’oggi esistente. L’opera fu possibile grazie alla spinta ed al sostegno dell’Associazione nazionale degli allevatori di trotto, che aveva sede a Bologna ed aveva alla presidenza un grandissimo esperto ippico quale Tino Triossi, coadiuvato dall’infaticabile segretario, giornalista di grosso livello, professor Primo Castelvetro. L’Associazione sorta nel 1929, oltre a curare gli interessi morali ed economici degli allevatori di trotto, pubblicò subito un bollettino della produzione ippica nazionale che di fatto era e tuttora è (perché la pubblicazione dei volumi non è stata mai interrotta) lo stud-book del trotto italiano. Sempre l’associazione con Tino Triossi, infaticabile, organizzò e curò le corse dell’Arcoveggio, attraverso una società S.A.I.C.T. (Società Anonima Italiana Corse Trotto), guidata da un gruppo di fedelissimi, tra i quali il ragionier Renato Trenti, venuto poi a Roma chiamato da Triossi alla direzione amministrativa delle piste romane, prima a Villa Glori, poi a Tor di Valle.
Uno dei più assillanti problemi dell’Arcoveggio consisteva nel fatto che tra gli anni Trenta e Quaranta, pur essendosi raggiunta una perfezione dello spettacolo ippico (tutti i grandi cavalli confluivano all’Arcoveggio, attratti anche dai premi sostanziosi), non si riusciva ad avere le risorse economiche sufficienti per mantenere l’alto livello cui si era pervenuti. Era difficile quindi sostenere la concorrenza degli ippodromi metropolitani di Milano, Roma e Napoli che potevano contare su risorse ben maggiori sia per i ricavi degli ingressi e dei parcheggi, che per la gestione dei ristoranti e sia soprattutto per i proventi del gioco, che in quell’epoca era la fonte principale di mantenimento delle società di corse. D’altra parte la voglia di valorizzare lo spettacolo, di vedere affluire bella gente, (ed anche con molte donne), rendeva un poco trascurata la propaganda per le scommesse. A Bologna si è sempre messo in mostra un pubblico esperto ed appassionato, attento ai records, alla bellezza della camminata del cavallo, alla pulizia dell’andatura, alla regolarità delle corse, alla bontà delle decisioni delle giurie, ma moderatamente propenso alle scommesse. Bologna, dunque, per star dietro a Milano, Roma e Napoli, si dissanguava proponendo programmi di corse forse troppo ricchi rispetto alle possibilità economiche. E proprio per aumentarli il Comitato di corse cercò di espandere l’attività nelle regioni limitrofe, Toscana e Veneto soprattutto, allo scopo di avere nuovi spettatori e nuovi scommettitori. Gestì in quel periodo l’ippodromo di Montecatini, istituì quello di Prato, coadiuvò nell’organizzazione delle corse a Ponte di Brenta, a Ferrara, a Ravenna e stette molto vicino sia a Cesena che a Modena. Da quest’ultima città veniva a Bologna un egregio allevatore, anche ottimo proprietario e guidatore, il dott. Carlo Cacciari, vincitore addirittura di tre Derby, con puledri da lui preparati: Etrusco, Caproni e Sabaudo. Il Cacciari nel secondo dopoguerra fu anche Presidente degli allevatori di trotto per una ventina d’anni, lasciando una valida traccia del suo passaggio. Altro personaggio emiliano, di Ravenna, che furoreggiò in quegli anni per le imprese sportive fu Gianni Gambi, figlio del noto allevatore Spartaco. Il giovane gareggiò come nuotatore sia in Italia che in Europa ed in America. Con i proventi delle sue innumerevoli vittorie acquistava trottatori americani che inviava in Italia al padre per la scuderia nominata “Frecce azzurre”. Tra le sue straordinarie importazioni primeggia la cavalla Tara, che emozionò i trottofili italiani per la sua generosità e la sua velocità. Riuscì a battere nel 1937, in un epico duello, Muscletone, altro celeberrimo importato americano in due match consecutivi, guidata da Ugo Bottoni, altro celebre guidatore di stirpe emiliana, nell’ippodromo di Agnano. Alla fine degli anni trenta l’Associazione degli allevatori trotto, su richiesta del Partito Fascista, fu trasferita a Roma, ma il Presidente Triossi, che era stato tra l’altro l’esperto del settore trotto nel Consiglio U.N.I.R.E. fin dalla fondazione (1932), non se la sentì di spostarsi da Bologna e lasciò la presidenza dell’A.N.A.C.T. proponendo come suo successore l’onorevole Luigi Tirelli da Reggio Emilia, altro emiliano doc nella passione per il trottatore. Ma Triossi oramai si era rivelato manager di sì alto livello che presto spiccò il volo per Roma alla società Villa Glori, che diresse in modo perfetto fino al trasferimento di quel piccolo gioiello di ippodromo alla nuova pista di Tor di Valle. Triossi a Roma abitava all’Hotel Plaza, di proprietà del sig. Turilli e sua grande abilità fu convincere quest’ultimo ad impegnarsi per l’ippica. Dal sodalizio dei due benemeriti personaggi prosperò l’ippodromo di Villa Glori e fu lo stimolo alla creazione del grande ippodromo romano di Tor di Valle.