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Se c’è un famoso artista contemporaneo, trasgressivo ma “classicamente” moderno, che ha dedicato al soggetto del “cavallo” grande attenzione, scegliendolo come tema privilegiato e ricorrente della sua arte, perché denso di tradizioni, di significati esistenziali e di simboli, questi è Mimmo Paladino. Dalla nascita della Transavanguardia ad oggi, quasi 25 anni, Paladino ha compiuto un percorso di approfondimento del proprio stile, divenuto col tempo sempre più autonomamente creativo. Le radici concettuali della sua iniziale esperienza artistica sono state superate da una riconsiderazione della storia e della cultura d’origine e dalla scelta definita della figuratività, anche se proposta attraverso stilemi di originalità formale e contenutistica. L’amore per la scultura, in bronzo, in legno, in calcare, rappresenta un aspetto importante dell’attività del Maestro, pur nell’ampia capacità di spaziare dal disegno alla pittura all’incisione, ma dalla metà degli anni ’80 si fa difficoltà a separare pittura e scultura, che si fondono in un’inscindibile unità. Nell’opera di Paladino “i passati” si accavallano e gli stili si intrecciano, superando ogni regola; sembra che tutta la storia dell’arte emerga nel ricordo dell’artista, fratta e sconvolta, per riaffermarsi con novità di sensazioni e con pregnante gestualità. L’amore per il “mito” proviene in massima parte dall’origine campana dell’artista e dalla affezione per una cultura millenaria e ricca di valori, ma il suo istinto lo avvicina anche alle tradizioni popolari, al culto dei morti e dei santi, alle paure inconsce, al mondo dei sogni. |
Mimmo Paladino - Senza titolo (part.)- 2003 (bronzo)
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Mimmo Paladino - Senza titolo - Galleria Christian Stein (Milano)
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Le sculture, siano esse grandiose, come il cavallo di “Hortus conclusus” (’91), o di ridotte dimensioni, come “Marcofio” (‘93), sono sempre concretizzazioni di fantasmi dell’immaginario, figure emblematiche che generano stupore, meraviglia, spaesamento: nell’arte di Paladino, libera da qualsiasi artificio estetico, capace di esprimere l’enigmatica semplicità della bellezza, analisi e sintesi, meditazione e spontaneità si integrano perfettamente. Il cavallo, protagonista di moltissime opere del Maestro, è di volta in volta guardiano dei nostri sogni, “luogo” ove sono riposti i nostri segreti, cavallo di Troia, nume tutelare, pronto ad aiutarci nel pericolo; a volte è simbolo di speranze distrutte, come nei cavalli di legno bruciato, abbandonati su di una gigantesca montagna di sale, nell’installazione, esposta nel ‘90 a Piazza Plebliscito a Napoli, “La sposa di Messina”; più spesso è idolo primitivo, figlio della notte e del mistero, trasportatore solitario e guida sicura verso l’Eternità. Figura essenzializzata e geometrizzata, che conserva i segni di un’antica regalità, il cavallo è per l’artista forma autonoma, spesso priva della presenza umana. Dai lunghi viaggi in Brasile Paladino ha saputo riportare il fascino dei riti animistici e primitivi, in cui vita e morte, attrazione e timore dell’ignoto si sovrappongono: nelle sue opere, infatti, scheletri e maschere, animali morti e figure vive, demoni ed esseri angelici si abbinano in un inquietante colloquio. |