Il Cavallo nell'arte
rubrica ideata e curata
da
Bruna Condoleo

MIMMO PALADINO: Il mistero di un'immagine antica

Se c’è un famoso artista contemporaneo, trasgressivo ma “classicamente” moderno, che ha dedicato al soggetto del “cavallo” grande attenzione, scegliendolo come tema privilegiato e ricorrente della sua arte, perché denso di tradizioni, di significati esistenziali e di simboli, questi è Mimmo Paladino. Dalla nascita della Transavanguardia ad oggi, quasi 25 anni, Paladino ha compiuto un percorso di approfondimento del proprio stile, divenuto col tempo sempre più autonomamente creativo. Le radici concettuali della sua iniziale esperienza artistica sono state superate da una riconsiderazione della storia e della cultura d’origine e dalla scelta definita della figuratività, anche se proposta attraverso stilemi di originalità formale e contenutistica. L’amore per la scultura, in bronzo, in legno, in calcare, rappresenta un aspetto importante dell’attività del Maestro, pur nell’ampia capacità di spaziare dal disegno alla pittura all’incisione, ma dalla metà degli anni ’80 si fa difficoltà a separare pittura e scultura, che si fondono in un’inscindibile unità. Nell’opera di Paladino “i passati” si accavallano e gli stili si intrecciano, superando ogni regola; sembra che tutta la storia dell’arte emerga nel ricordo dell’artista, fratta e sconvolta, per riaffermarsi con novità di sensazioni e con pregnante gestualità. L’amore per il “mito” proviene in massima parte dall’origine campana dell’artista e dalla affezione per una cultura millenaria e ricca di valori, ma il suo istinto lo avvicina anche alle tradizioni popolari, al culto dei morti e dei santi, alle paure inconsce, al mondo dei sogni.
Mimmo Paladino - Senza titolo (part.)- 2003 (bronzo)
L’assorbimento di tanti linguaggi artistici precedenti, dall’arte greca arcaica a quella romana, egizia, paleocristiana e romanica, culture ancora vive nel Meridione, costituisce una ricchezza per la creatività di Paladino, uomo del Sud e dunque geneticamente imbevuto di una cultura sedimentata e complessa. Nella sua arte coesistono l’astrattismo di Kandinskij e di Klee ed il concettualismo di Beuys, il rigore di Brancusi ed echi picassiani, suggestioni che l’eclettismo nomade dell’artista riesce ad unificare con l’essenzialità allusiva del gesto. Nelle maschere impenetrabili, nei busti di guerriero o nei legnosi cavalli dalla testa d’uccello l’artista intende ripristinare il senso metafisico delle immagini e ne accentua con l’immobilità fisica la ieratica monumentalità
Mimmo Paladino - Senza titolo - Galleria Christian Stein (Milano)
Le sculture, siano esse grandiose, come il cavallo di “Hortus conclusus” (’91), o di ridotte dimensioni, come “Marcofio” (‘93), sono sempre concretizzazioni di fantasmi dell’immaginario, figure emblematiche che generano stupore, meraviglia, spaesamento: nell’arte di Paladino, libera da qualsiasi artificio estetico, capace di esprimere l’enigmatica semplicità della bellezza, analisi e sintesi, meditazione e spontaneità si integrano perfettamente. Il cavallo, protagonista di moltissime opere del Maestro, è di volta in volta guardiano dei nostri sogni, “luogo” ove sono riposti i nostri segreti, cavallo di Troia, nume tutelare, pronto ad aiutarci nel pericolo; a volte è simbolo di speranze distrutte, come nei cavalli di legno bruciato, abbandonati su di una gigantesca montagna di sale, nell’installazione, esposta nel ‘90 a Piazza Plebliscito a Napoli, “La sposa di Messina”; più spesso è idolo primitivo, figlio della notte e del mistero, trasportatore solitario e guida sicura verso l’Eternità. Figura essenzializzata e geometrizzata, che conserva i segni di un’antica regalità, il cavallo è per l’artista forma autonoma, spesso priva della presenza umana. Dai lunghi viaggi in Brasile Paladino ha saputo riportare il fascino dei riti animistici e primitivi, in cui vita e morte, attrazione e timore dell’ignoto si sovrappongono: nelle sue opere, infatti, scheletri e maschere, animali morti e figure vive, demoni ed esseri angelici si abbinano in un inquietante colloquio.
Nella produzione artistica dell’ultimo decennio, accanto ai volti di idoli mesopotamici, dipinti con foglia d’oro su legno, alle mani aperte su cui sono incisi simboli mistici, ritorna l’amato tema del cavallo: geometrici cavalli, dipinti con zampe lunghissime ed immersi in un ovattato mistero, oppure immagini equestri, come nella scultura in bronzo “Senza titolo (2003)”, in cui la figura umana è presenza ieratica, apparizione silenziosa che “esige il silenzio”, come afferma il critico Norman Rosenthal (in “Paladino”, Fabbri Editori, FI, ‘93). Visione antica di cavaliere a cavallo, pregna di riferimenti all’arte mediterranea, cicladica, italica ed etrusca, ricca di “incisioni” misteriose e simboliche, ma modernamente rivisitata: l’esile guerriero, dal viso inespressivo di maschera, quasi apparizione onirica, è ritto sul poderoso destriero, a sua volta saldamente ancorato al geometrico piedistallo, come fosse infisso nella forma immutabile dell’eternità, sostanziato della stessa enigmatica essenzialità in cui è racchiuso il mistero profondo dell’essere.

Brevi note biografiche.
Domenico Paladino è nato a Paduli (BN) nel 1948 ed ha esordito nel mondo dell’arte nel ’77, con un grande murale a pastello nella Galleria Amelio di Napoli. Da allora la sua brillante carriera lo ha visto protagonista di esposizioni in tutto il mondo, dal Brasile alla Cina, coronate da un successo di pubblico e di critica, confermato dagli esiti delle mostre effettuate in Italia. Una cospicua serie di sue grandi sculture campeggiano nel MART di Rovereto, nuova sede trentina del Museo di Arte Moderna e Contemporanea, accanto ai più famosi artisti del ‘900, a testimonianza del prestigio universalmente acquisito dal Maestro. L’opera qui riproposta, gentilmente concessa dalla Galleria Christian Stein di Milano, è stata ospitata nella mostra “Il cavallo nell’arte contemporanea. L’archetipo e l’immagine”, svoltasi a Roma , dal 22 ottobre al 23 novembre 2003, nel Museo Pietro Canonica, in Villa Borghese, ideata e curata dalla sottoscritta. Per la sua forza espressiva è stata scelta come immagine simbolo dell’esposizione.