In una prospettiva di rapporto-scontro con il mondo dei media nasce la scultura del “Cavallo”, intitolata “Comunicazione mortale” di Domenico Pesce, un artista calabrese che nel suo tecnologico cavallo azzera la mitica bellezza del millenario soggetto. In una simbiotica alternanza tra fantascienza e surrealtà, lo scultore non rinnega le originarie matrici espressionistiche della sua arte, rese a volte più aspre da accenti di selvaggio furore polemico, al limite del macabro, come in questa grande opera (h. 3,20x 3 metri) .
Il suo cavallo, creato alla fine degli anni ’80, ha perduto ogni correlazione con la visione tradizionale: è, semmai, più vicino al cavallo dell’Apocalisse, che, attraverso le grottesche metamorfosi in atto, traduce il potere letale della “comunicazione di massa”, gli istinti peggiori di cui quest’ultima è portatrice, quali la manipolazione di ogni verità e la persuasione occulta. Un cavallo che debba esprimere la prevaricazione del pensiero non può certamente somigliare, secondo la visione originale di Pesce, al cavallo rinascimentale, al Pegaso alato della classicità. Non è, dunque, il simbolo antico del risorgere della vita e del femminino materno da un lato e della bellezza raggiunta attraverso il dominio della spiritualità sulla materia dall’altro. Più drammaticamente simbolico dell’eterno conflitto tra vita e morte, tra Logos ed Eros, esso è una figura anoressica, scarnificata e nel contempo minacciosa, simbolo maledetto di una volontà contraffattrice, quanto impietosa. Il cavallo creato da Pesce non è neppure l’immagine deflagrante della ferocia e della bestialità umane, come quello picassiano di Guernica, ma il lucido testimone dell’inconsapevole agonia delle coscienze e dell’individualità pensante. Privato di qualsiasi fisicità, sfidando la materia si fa inconsistente, pura linearità: reso quasi “invisibile”, tuttavia esiste, proprio alla stregua del messaggio occulto della comunicazione di massa. Dai contorni precisi, ma estremamente sintetici, esso è disegnato nello spazio e vive dello spazio vuoto che ingloba, simulacro di un oggetto che ha perduto con l’identità antica ogni suggestione di bellezza ed insieme di libertà.
Domenico Pesce - cavallo tecnologico
La sua statica criniera punk, sarcasticamente allusiva ad un cimiero greco, è formata da 10 antenne; il muso è un teschio cromato, simbolo di comunicazione mortale, il suo corpo è svuotato di ogni segreto ed il suo sesso suggerisce l’identità tra potere e comunicazione. Realizzata in ferro (struttura), bronzo cromato (teschio) ed alluminio (antenne), l’opera mostra una meditata progettualità, un’intenzionalità concettuale dinamica che nella forma trasgressiva rivela il profondo disagio sociale dell’individuo contemporaneo, la dimensione effimera della libertà esistenziale quando quest’ultima s’innesta nelle pastoie omologanti del sistema. Ecco dunque, al posto del bell’esemplare, una semi-mostruosità, un “metaplasma” creato, tuttavia ed ancora, per mezzo di un lavoro antico che reca impresse nelle deformazioni espressive i segni della rabbia fisica dell’autore, del suo battere sull’incudine fino ad elaborare l’immagine inquietante, quasi da incubo, che traduce con spietata crudeltà la corrosiva contestazione, da sempre presente nell’opera di Domenico Pesce.
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