Il Cavallo nell'arte
rubrica ideata e curata
da

Bruna Condoleo

Un "unicum" dall'opera di Diego Velazquez
In questo primo articolo d’inizio del nuovo anno non intendo parlare, come di consueto, di un artista che ha privilegiato nella sua opera la rappresentazione del cavallo, al contrario di un pittore che lo ha rappresentato in un “unicum”, cioè in una raffigurazione inconsueta per i tempi in cui visse e poco tradizionale: Diego Velazquez. Chi ha visto almeno una volta la riproduzione di “Las meninas” (Le damigelle), opera celeberrima dell’artista spagnolo, nato a Siviglia nel 1599 e morto a Madrid all’età di 61 anni, non può non aver intuito la grandezza di questa tela, considerata a buon diritto dagli Impressionisti francesi opera rivoluzionaria ed antesignana della pittura moderna per l’immediatezza della scena.

D.Velazquez -"Principe Baldassarre Carlo" 1635- Madrid - Prado


La carriera del geniale artista è stata contraddistinta da una produzione destinata per massima parte alla corte madrilena, con molti e pregevoli ritratti ufficiali della dinastia regnante (principi, spose regali, infante, poeti e gentiluomini), tuttavia Velazquez lasciò per ben due volte la Spagna per visitare l’Italia, dove ebbe modo di conoscere l’opera dei nostri grandi maestri : Caravaggio, Tiziano, Tintoretto, Giudo Reni e Guercino. Il primo viaggio avvenne nel 1629, quando toccò varie città: Genova, Ferrara, Cento, Bologna, Loreto per giungere a Roma dove soggiornò per l’intero anno successivo e dipinse opere sacre e mitologiche, ma ebbe anche modo di vedere luoghi suggestivi, ville patrizie, palazzi pontifici, raccolte d’arte. Fu ospite illustre in Vaticano e poi a Villa Medici, dove visse per alcuni mesi, affascinato dalle ricche collezioni antiche conservate nel Palazzo, prima di ripartire per Napoli, ultima meta del suo viaggio. Una volta ritornato in patria, l’artista produsse un olio singolare ed unico nel suo genere: uno splendido cavallo bianco. A differenza dei soggetti equestri, molto in voga fin dal ‘500, che il pittore dipinse spesso durante la sua brillante carriera, nel “Cavallo Bianco” l’animale campeggia come “protagonista” assoluto del quadro! Non più cavalieri dalle pose auliche e studiatissime, alla maniera di Tiziano o di Rubens, non più ieratici sovrani a cavallo, come Filippo IV, tante volte immortalato dall’artista, o piccoli principi come Baldassarre Carlo, ritratto sul suo dinamico pony, in atto di saltare un ostacolo sullo sfondo di un vastissimo paesaggio, ma un cavallo solitario ed imponente. Esso non correda la figura principale, non è neanche comprimario, ma è divenuto il solo soggetto del quadro: il corpo possente sprigiona una sua individuale vitalità, accentuata dalla luminosità del mantello mentre il taglio dell’immagine, dipinta da “tergo” in una posa inconsueta, rivela una novità compositiva e tematica poco consona ai dettami accademici.

D.Velazquez - "Cavallo bianco" olio su tela 1634 - Madrid - Palazzo reale


Dopo alcuni anni trascorsi tra impegni pittorici ed ambiti riconoscimenti, nel 1648 Velazquez tornò in Italia con l’incarico ufficiale di acquistare opere d’arte per il re di Spagna: giunse dapprima a Venezia, poi visitò Firenze per raggiungere di nuovo Roma dove soggiornò a lungo. Qui creò opere famose destinate a principi e nobili romani, come quella in cui ritrae il Papa Innocenzo X; fu insignito del prestigioso titolo di Accademico di San Luca e si legò in amicizia con famosi artisti della Roma barocca, come Gian Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona. Di questo fecondo e felice periodo l’artista ci ha lasciato un altro “unicum” della sua produzione: la tela “Venere e Cupido”, che è il solo nudo che ci sia rimasto. Il quadro, probabilmente del 1651, ritrae la giovane ed avvenente Flaminia Triva, amante del pittore negli anni del soggiorno romano, anche lei pittrice, da cui l’artista ebbe l’unico figlio maschio, Antonio, del quale si persero poi le tracce. La naturale sensualità del nudo, dipinto “di schiena” ed illuminato dal bianco ruscello della luce e la pennellata veloce ed improvvisa, pur confermando l’ispirazione all’arte antica ed agli esemplari rinascimentali italiani, denunciano una completa libertà interpretativa nella riproposizione del classico tema del nudo e nel contempo un’affinità con la raffigurazione del “Cavallo bianco”, anch’esso ricco della stessa naturalezza nella posa e verità nella rappresentazione. Entrambe le opere costituiscono due esemplari assolutamente originali rispetto alla visione accademica e sono dipinte con la medesima modernità figurativa che è l’intima cifra stilistica dell’arte di Diego Velazquez.

D.Velazquez - "Venere e cupido" (part.) 1651 - Londra - National Gallery